Spesso mi sento senza patria, nato a Varallo, cresciuto a Serravalle, studiato prima a Borgosesia, poi le superiori a Novara, l’Università a Torino, ho visto diversi posti.
Mi sono sempre vantato delle mie origini valsesiane pur non capendo a fondo il mio territorio, mi accorgo solo adesso di non conoscere tanti posti, le culture dell’alta valle e la mia montagna. Però più mi allontano da casa e più sento le radici che si fanno forti e che si stingono ai massi attorno al Sesia. Che bello sarebbe tornarci e magari lavorare su quei promontori che nelle mattine invernali e ventose si vedevano fino da Novara, dove studiavo da perito agrario. Speriamo che tanti sacrifici possano servire a qualcosa.
Ho letto e parlato spesso della Valsesia e spesso ho sentito commenti discordarti… è bella… è brutta… secondo me non ci si può limitare a questo.
La Valsesia ha un aggettivo solo: difficile.
Ve lo potrà confessare chiunque sia andato a scaldarsi i polpacci su qualunque monte, dalla bassa valle alle zone più impervie; la vegetazione è disomogenea e variegata, non c’è fondovalle e dove finisce un versante ne sale un altro ancora più ripido. Qui non siamo in Val Susa, dove tutto si svolge nel fondovalle e nei versanti ci sono pascoli luminosi sotto larici maestosi. Non è nemmeno la Val d’Aosta, anch’essa difficile, ma bellissima e super turistica. La nostra Valsesia vorrebbe essere un po’ di tutto questo, ma in realtà secondo me non ne ha le caratteristiche, non è prettamente turistica e nemmeno produttiva, non è magnifica e nemmeno orribile, è difficile.
Ma se, a una vista veloce risulta tutto questo, guardando più attentamente e sotto la scorza rugosa si vede una terra ricca, amica, emozionante.
No, non sono l’assessore al turismo della Valsesia, sono solo un valsesiano che si sta ri-innamorando della terra in cui affonda le sue radici.

STORIE DI ALBERI, FORESTE E FORESTALI