
Il settembre scorso ho avuto la fortuna di andare al Congresso Nazionale SISEF (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale) ad Arezzo per parlare di Castagno. Uno dei tre giorni di convegno era destinato alla visita delle Foreste Casentinesi. Si tratta di boschi a prevalenza di Abete bianco storici perchè di origine antropica.
Molti sono i boschi che possono essere ricondotti alla mano dell'uomo come ad esempio i castagneti o i robinieti, che col tempo si sono "inselvatichiti" e hanno rubato lo spazio ecologico di altre specie fino a rinaturalizzarsi e a sostituirsi ai boschi antichi.
Molto interessante è la storia dei boschi curati dai monaci: i benedettini, quelli dell' "ora et labora" tendevano a fare ordine nei boschi e quindi si possono vedere ancora oggi abetine pure tagliate raso a fine turno e successivamente trapiantate regolarmente (ad esempio nel cuneese a Chiusa Pesio); diverso è invece l'approccio dei francescani che amavano osservare l'evoluzione naturale del bosco, espressione tangibile dell'esistenza di Dio; questo è il caso dell'uscita.
Si stava passeggiando tra quei bellissimi boschi, mentre i forestali più anziani chiaccheravano tra loro, quando ad un certo punto passo vicino ad un ceppo di abete tagliato da poco, probabilmente perchè malato (carie bruna?), dai famosi francescani e immaginate lo stupore nel vedere questa scritta "GRAZIE PER LA TUA OMBRA"... che sensibilità, che rispetto, questo si che è un vero messaggio d'amore per l'albero! Se solo alcuni forestali, ricercatori e operatori del settore avessero un decimo di questo rispetto forse le cose andrebbero meglio per tutti.
Per quanto mi riguarda ce la metto tutta, probabilmente questa fotografia sarà l'ultima che metterò nella presentazione della tesi, con la speranza di rimanere bambino nell'anima il più possibile, non voglio che il mio cuore si inaridisca diventando uno che dal bosco prende e basta, voglio darmi tutto al bosco e alla sua salvaguardia, e pensare "grazie per la tua ombra, grazie per il tuo legno" ogni volta che avrò la fortuna di fare una martellata.
Sabato sera si era a cena da un amico sulle montagne biellesi, e si parlava di caldaie a legna, stufe, rese, costi del legname. A un bel momento uno dei commensali racconta di quando suo nonno andava a fare legna, se la portava a casa e poi stranamente la vedeva diminuire, sicuramente a causa dei furti. Mi si sono drizzate le orecchie perchè appena il giorno prima avevo scritto il post su mia nonna e sui furti di legname nel biellese nel primo dopoguerra, allora zitto zitto sto ad ascoltare...
Il nonno era a casa che pensava al modo di beccare in flagrante il ladro, e a un certo punto ecco l'idea! Siamo nel dopoguerra in montagna, e fantasia e polvere da sparo non mancavano mai; una sera il vecchietto sceglie uno dei pezzi più belli dalla sua catasta e lo porta in casa, con pazienza pratica una cavità ben nascosta e capiente nel pezzo di legno, la riempie di polvere da sparo e la sigilla con un altro pezzetto di legno, esce di casa e la mette in bella vista in un posto comodo sulla catasta. Si fa il giorno seguente e il pezzo già manca assieme ad altri; quella stessa sera il silenzio del paese è rotto da un boato assordante, rumore di lamiera e muro che viene giù, poi tutto tace di nuovo. Il ladro di legna aveva messo nella stufa il "candelotto" artigianale che il vecchietto gli aveva preparato, e anche questa volta si scopre che il colpevole non è un immigrato o un fannullone, ma un insospettabile compaesano di buona famiglia e anche in questo caso tutto finisce senza una parola, ma con una stufa esplosa, una cucina distrutta e un sorriso indelebile dalla faccia stanca di un uomo anziano.
Altro nonno, altra storia, stessa morale.
Questo è proprio un periodo di stanca.. aspetto con impazienza il giorno della Laurea che non arriva mai, la tesi è ormai finita e le giornate passano tutte uguali, la mattina a caricare sacchi di cemento e spaccare pavimenti, il pomeriggio a far lunghi viaggi in macchina tra la valle e Novara.. tutti giorni uguali, monotoni.
Ma è vero che i fiori nascono anche dall’asfalto e che si trovano momenti di bellezza che sbucano fuori così, senza neanche accorgertene.
E’ successo oggi, quando ero da mia nonna a mangiare un boccone per pranzo accompagnati dall’immancabile colonna sonora delle case degli anziani… Forum. Oggi si parlava di asili e di posti tolti agli italiani e dati agli extracomunitari per una questione di graduatorie, mia nonna ascoltava in silenzio; poi, mentre si stava sparecchiando, mi guarda e mi dice.. “sempre i soliti discorsi, si sentono da sessant’anni.”
“Ma come nonna,” - dico io – “sessant’anni fa mica li avevate gli asili, e nemmeno gli extracomunitari.”
E mia nonna inizia a raccontare:
“Eravamo noi quelli, come quella storia della legna rubata!”
Dovete sapere che mia nonna è veneta, emigrata sulle montagne biellesi dopo l’alluvione del Po… io intanto mi siedo ad ascoltare.
“Appena arrivata in Piemonte ci siamo messi a lavorare, eravamo in pochi Veneti e tutti in paese ci guardavano in cagnesco, come se fossimo malati, e dicevano sempre “Andatevene a casa vostra, venite qui a rubarci la pagnotta di bocca, a rubarci il lavoro e la legna!”… io in vita mia non ho rubato mai niente, figurarsi la legna.”
“Ero in bottega un giorno e appena entrata arriva una del posto e mi incolpa (me e la mia gente) di rubarle la legna dalla catasta in bosco. “Andiamo a vedere se sono io la ladra”..
e assieme partono passando prima da casa di mia nonna e vedendo che la legnaia era vuota e la casa fredda, poi si incamminano in direzione del bosco e si appostano in un angolo riparato. Poco dopo arriva quatta quatta un’ombra che si avvicina alla catasta, si carica tutto quello che ci sta nella gerla e si avvia furtiva in paese, la signora con mia nonna era i imbarazzo perché aveva riconosciuto nella ladra sua cugina.
In silenzio tornano al paese, non si salutano e tornano ognuno a casa propria.
Il giorno seguente mia nonna torna in bottega al paese ed incontra la signora che aveva rubato la legna, come sempre intenta a sparlare con le altre donne del paese dei forestieri che rubavano il lavoro ai loro mariti.
A questo punto della storia mia nonna mi racconta di come avesse smascherato la donna di fronte alle compaesane e di come, da allora, non si fossero mai più rivolti nemmeno uno sguardo.
Mi guarda negli occhi mia nonna, sono azzurro ghiaccio e racchiusi da palpebre così rugose da sembrare un fazzoletto di seta ormai consumato e lanciato in un angolo, pieno di pieghe e ombre, ma le pupille sono lisce e reattive, anche se velate da un impercettibile strato di lacrime.
“Io non ho ai rubato niente” - mi ripete – “ho fatto la fame e patito il freddo, ho chiesto cose in prestito a volte, ma rubato mai! Me lo diceva mia mamma e io lo ripeto a te, mai rubare, datti da fare e cerca di cavartela da solo, con le tue forze, e se no ce la fai, fanne a meno.”
Purtroppo è tardi, devo tornare a lavorare, “Devo andare nonna, a domani”, e me ne vado, ma sono più ricco.
E’ proprio vero che le nonne hanno sempre ragione.
Spesso mi sento senza patria, nato a Varallo, cresciuto a Serravalle, studiato prima a Borgosesia, poi le superiori a Novara, l’Università a Torino, ho visto diversi posti.
Mi sono sempre vantato delle mie origini valsesiane pur non capendo a fondo il mio territorio, mi accorgo solo adesso di non conoscere tanti posti, le culture dell’alta valle e la mia montagna. Però più mi allontano da casa e più sento le radici che si fanno forti e che si stingono ai massi attorno al Sesia. Che bello sarebbe tornarci e magari lavorare su quei promontori che nelle mattine invernali e ventose si vedevano fino da Novara, dove studiavo da perito agrario. Speriamo che tanti sacrifici possano servire a qualcosa.
Ho letto e parlato spesso della Valsesia e spesso ho sentito commenti discordarti… è bella… è brutta… secondo me non ci si può limitare a questo.
La Valsesia ha un aggettivo solo: difficile.
Ve lo potrà confessare chiunque sia andato a scaldarsi i polpacci su qualunque monte, dalla bassa valle alle zone più impervie; la vegetazione è disomogenea e variegata, non c’è fondovalle e dove finisce un versante ne sale un altro ancora più ripido. Qui non siamo in Val Susa, dove tutto si svolge nel fondovalle e nei versanti ci sono pascoli luminosi sotto larici maestosi. Non è nemmeno la Val d’Aosta, anch’essa difficile, ma bellissima e super turistica. La nostra Valsesia vorrebbe essere un po’ di tutto questo, ma in realtà secondo me non ne ha le caratteristiche, non è prettamente turistica e nemmeno produttiva, non è magnifica e nemmeno orribile, è difficile.
Ma se, a una vista veloce risulta tutto questo, guardando più attentamente e sotto la scorza rugosa si vede una terra ricca, amica, emozionante.
No, non sono l’assessore al turismo della Valsesia, sono solo un valsesiano che si sta ri-innamorando della terra in cui affonda le sue radici.
STORIE DI ALBERI, FORESTE E FORESTALI